Stare bene non significa essere felici.
- Dott.ssa Antinoro Anna

- 1 ora fa
- Tempo di lettura: 6 min
Oggi voglio fare una riflessione sul benessere e su come, molto spesso, venga confuso con la felicità.
Ogni volta che qualcuno varca la soglia del mio studio, il primo desiderio che esprime è quello di recuperare il proprio benessere emotivo. Questa richiesta è assolutamente sana e funzionale.
Il problema nasce quando l'idea di benessere coincide con quella di eliminare completamente il malessere, come se l'obiettivo fosse non sentirsi mai più male.
È un bias molto diffuso che alimenta l'idea che il vero problema sia stare male. In realtà, il malessere è spesso il sintomo di qualcosa di più profondo: un modo di pensare, di interpretare o di immaginare la realtà che continua ad alimentarlo.
È un po' come voler eliminare una febbre persistente senza chiedersi quale sia la causa che l'ha provocata. La febbre, proprio come il malessere emotivo, è un sintomo prezioso che serve a regolare il nostro "termometro interno" e a segnalarci che qualcosa non sta funzionando. Se non esistessero questi segnali, probabilmente non ci renderemmo nemmeno conto di ciò che ha bisogno di essere curato.
Per stare bene bisogna anche imparare a stare, consapevolmente, nel malessere.

Cosa significa davvero "sentirsi meglio"?
Una delle prime frasi che ascolto in studio è: "Voglio stare meglio" che spesso però, viene formulata in: "Non voglio più stare male."
Quando si parla di malessere, ci si riferisce quasi sempre a emozioni come tristezza, ansia, rabbia o vergogna. Non mi è mai capitato, invece, che qualcuno desiderasse non provare più gioia ed è comprensibile, poiché le emozioni che ci preoccupano sono quelle più dolorose e che, quando diventano intense, sembrano schiacciare ogni possibilità di pensare e sentire qualcosa di piacevole.
Pur riconoscendo quanto questi stati possano essere faticosi, è importante entrare nell'ottica che avere una buona salute mentale, non significa stare bene sempre.
Ignorare o evitare le emozioni spiacevoli non costruisce benessere, al contrario, alimenta un senso di vuoto, di negazione e di silenzio interiore che impedisce di comprendere il vero significato del proprio disagio.
Voler stare bene è sano, pretendere di provare solo gioia, è irreale
Credo sia importante distinguere il desiderio di stare bene dal desiderio di sentirsi sempre felici. Sono due concetti che vengono facilmente confusi.
Il cervello non è programmato per mantenere la gioia in modo permanente (SPOILER: nessuna emozione è destinata a durare a lungo) perché il nostro sistema nervoso è costruito per adattarsi continuamente ai cambiamenti e ogni istante, qualcosa cambia.
La gioia, come tutte le emozioni, nasce dall'elaborazione di qualcosa che accade fuori di noi o di un pensiero che il cervello interpreta come piacevole e allo stesso modo, il malessere nasce quando ciò che viviamo viene elaborato come minaccioso, doloroso o spiacevole.
Le emozioni, quindi, sono una conseguenza di un'elaborazione, non la causa.
Quando stiamo male emotivamente, nasce spontaneamente il desiderio di stare meglio ed è proprio questo desiderio che ci spinge a prenderci cura di noi stessi, a chiedere aiuto e a investire tempo ed energie per migliorare la nostra condizione.
Paradossalmente, è proprio il malessere che porta a occuparci del nostro benessere.
Il problema non nasce dal desiderio di stare bene, ma dall'idea di dover controllare costantemente ciò che sentiamo, come se il nostro stato emotivo fosse interamente sotto il dominio della volontà e del pensiero razionale.
Quando una persona vive in un malessere costante, tende spesso a pensare di sabotarsi oppure di non avere abbastanza forza di volontà. In realtà il funzionamento del cervello, è molto più complesso. Poiché tende a risparmiare energia, con il tempo può persino abituarsi al malessere, rendendolo una condizione familiare.
Ed è qui che il meccanismo si blocca. Più si tenta di controllare direttamente il proprio sentire, più frequentemente quel tentativo finisce per alimentare il malessere invece di ridurlo.
Non è tanto il dolore iniziale a creare la sofferenza più grande poichè dolore, come tutte le emozioni, è temporaneo. Ciò che spesso prolunga il malessere è lo sforzo continuo per eliminarlo, controllarlo o impedirgli di esistere.
Il tentativo di non stare male diventa esso stesso il malessere e quello stato di costante ipervigilanza finisce per consumare enormi quantità di energia.
COSA SIGNIFICA STARE BENE?
Ognuno possiede un'idea personale di benessere e alcune persone, quando vivono un malessere, cercano spontaneamente di modificarlo intervenendo sui ragionamenti, analizzando ciò che accade o tentando di regolare direttamente il proprio stato emotivo, quasi come se fossero i comandi di un computer.
È una modalità comprensibile ma che rischia di trasformarsi in una trappola. Più si cerca di esercitare un controllo diretto sugli stati emotivi, più questi tendono a mantenersi. Le emozioni, infatti, non rispondono alla logica del comando: hanno bisogno di essere elaborate prima di potersi trasformare.
Alcune strategie funzionano nell'immediato: distrarsi, anestetizzare ciò che si prova, cercare continuamente stimoli esterni o rifugiarsi in comportamenti che danno sollievo. Il problema è che ciò che allevia momentaneamente il dolore, non sempre lo cura.
Il sollievo temporaneo non coincide con il benessere ma offre soltanto una pausa dal malessere.
Più che cercare di modificarle o controllarle, è importante ampliare il proprio spazio interno per contenerle. L'obiettivo non è uscire rapidamente dal dolore, ma permettere all'esperienza emotiva di essere vissuta, compresa e integrata.
In questo processo il malessere non viene affrontato come qualcosa da eliminare, ma come un'esperienza da attraversare e a cui dare spazio e non significa subirlo passivamente, ma riconoscerlo come parte di un processo che può trasformarsi.
Ognuno può alternare strategie più orientate al controllo e altre più orientate all'accoglienza. La differenza sta nella flessibilità: più riusciamo a scegliere la strategia più adatta alla situazione, più aumentano le possibilità di ritrovare un equilibrio autentico.
A volte la strategia con cui cerchiamo di stare meglio è proprio ciò che ci impedisce di ritrovare il nostro equilibrio.
COS'E' LA SALUTE MENTALE?
Stare bene non significa raggiungere uno stato emotivo perfetto ma raggiungere una condizione dell'essere: la capacità di convivere con il proprio modo di pensare e di sentire, senza sentirsi intrappolati da esso.
Il vero benessere consiste nella flessibilità di attraversare un'ondata difficile senza trasformarla in una condizione permanente o in una catastrofe. Significa riuscire a ridimensionare quei pensieri guidati dalla paura che tutto possa peggiorare.
In psicologia questa capacità viene spesso definita flessibilità psicologica: la possibilità di rimanere in contatto con ciò che proviamo, anche quando è spiacevole, senza lasciare che sia quel momento emotivo a dirigere completamente la nostra vita.
Una persona con una buona salute mentale non è una persona che non prova mai ansia, tristezza, rabbia o paura ma è una persona che non costruisce la propria vita attorno all'evitamento di quelle emozioni.
Soffre come tutti, ma non trasforma la sofferenza in una prigione. La vive come una condizione temporanea che richiede di essere ascoltata, elaborata e integrata, lasciando poi spazio a nuove esperienze emotive.
È anche per questo motivo che un percorso di psicoterapia può richiedere tempo. La terapia è uno spazio in cui ci si allena a stare consapevolmente con ciò che si prova, imparando ad accogliere ciò che la psiche ha bisogno di elaborare.
In questo senso, la psicoterapia non insegna semplicemente a stare bene ma insegna, prima di tutto, a stare consapevolmente anche nel malessere.
L'obiettivo è disinnescare quel circolo rigido che impedisce alla persona di recuperare il proprio equilibrio, togliendo l'ostacolo rappresentato dal controllo continuo e dalla sorveglianza costante del proprio stato emotivo.
È un po' come aprire due finestre in una stanza chiusa: l'aria ricomincia finalmente a circolare.
Le emozioni non possono essere spente come un interruttore e non sarebbe nemmeno auspicabile. Non sentire significa perdere una parte fondamentale del proprio sistema di orientamento, proprio come accadrebbe a una persona incapace di percepire il dolore fisico: non saprebbe quando qualcosa si sta danneggiando e, di conseguenza, non saprebbe nemmeno cosa curare.
CONCLUSIONE
La parola benessere parla del bene dell'essere e il bene dell'essere, non coincide con il provare esclusivamente gioia.
Ogni emozione nasce con una funzione precisa: proteggerci, orientarci, comunicarci qualcosa di importante.
Accettare non significa rassegnarsi, ma integrare e controllare non significa avere tutto sotto controllo, ma sviluppare una buona consapevolezza di sé e imparare a gestire ciò che accade dentro di noi.
Il vero equilibrio non consiste nel non sentire, ma nell'avere più possibilità di risposta davanti alle diverse situazioni della vita.
L'obiettivo, quindi, non è eliminare il malessere, ma costruire una vita più equilibrata dando a ogni esperienza il proprio posto.
Stare meglio significa fare ordine nella propria stanza interiore: lasciare andare ciò che non serve più, conservare ciò che aiuta a prenderci cura di noi stessi e creare uno spazio in cui anche il dolore possa avere un senso, senza occupare tutta la casa.
Dott.ssa Anna Antinoro




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