L'uso dell'IA e il cambiamento nelle relazioni umane.
- Dott.ssa Antinoro Anna

- 5 giorni fa
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L'intelligenza artificiale oramai è presente nella nostra quotidianità, in varie forme.
Quando abbiamo un dubbio non abbiamo più l'enciclopedia su cui cercare o un amico esperto a cui chiedere, diciamo semplicemente ad alta voce "Ok Google", "Alexa", "Siri" e loro, rispondono.
Oramai l'IA è diventata una vera e propria compagna di vita quotidiana.
Questa connessione frequente stimola nel cervello la sensazione di sentirsi ascoltati, compresi e in compagnia. Ma perché succede? È possibile intraprendere una vera e propria forma di relazione con l'intelligenza artificiale, cambiando così il nostro modo di pensare e anche dialogare? Come condiziona il funzionamento della nostra mente?

IL LINGUAGGIO CREA CONNESSIONE E SIMILITUDINE
Per comunicare con l'intelligenza artificiale usiamo i chatbot, che sono sistemi conversazionali che stimolano la connessione relazionale attraverso la riproduzione del linguaggio rappresentando un modello di utilizzo immediato e semplificato. Oggi come oggi, anche per chi fatica ad usare il digitale, sembra possibile poter usufruire dell'intelligenza artificiale in modalità semplificata.
Questo poter parlare con spontaneità, amplifica la sensazione di avere un dialogo con qualcuno disponibile ad ascoltarci 24 ore su 24.
Inoltre, la possibilità di sentire risposte coerenti ci porta a pensare di avere uno scambio reale. L'IA comunica attraverso i Large Language Models (LLM) definiti come sistemi di intelligenza artificiale capaci di comprendere e generare linguaggio naturale su larga scala, basati su reti neurali di tipo trasformatore e addestrati su enormi quantità di dati. Semplificando, sono progettate per generare risposte coerenti con il linguaggio umano in quanto basati su modelli probabilistici statistici simulando una forma di anticipazione linguistica tipica della mente umana (Kölbl et al., 2025).
Questo tipo di testi sono corretti a livello grammaticale, sono frasi di senso con la presenza di parole che richiamano sensazioni e rispecchiamento empatico (come ad esempio "immagino che tu sia preoccupato per questo...") per far sì il cervello percepisca di avere un dialogo coerente nella relazione. La mente trasforma tutto questo in una forma di intenzione comunicativa relazionale che richiama un aspetto umano.
Se avere un aiuto può essere utile, uno scambio costruttivo e un'informazione interessante, dove sta il problema? Che tutte queste sensazioni sono create da qualcosa che, non è reale, o per lo meno, umano. Quella che il cervello interpreta come comprensione e sintonizzazione, altro non è che una forma di calcolo statistico particolarmente accurato progettato per stimolare queste sensazioni e tenere agganciati.
Il rischio è quindi quello di usarla sempre di più, ragionare meno e avere soprattutto sempre meno bisogno (per lo meno a livello di sensazione) dell'interazione umana.
LA DIFFERENZA CON LA COMUNICAZIONE UMANA
L’intelligenza umana innanzitutto, è caratterizzata da flessibilità e creatività nella relazione, mentre l’IA è limitata a ciò per cui è stata programmata (per adesso). L'uomo è capace di riadattarsi a situazioni nuove grazie ad un risultato di processi cognitivi complessi che l’IA attuale, non può replicare pienamente. L'essere umano è inoltre dotato di coscienza, che permette di essere consapevole di sé e del proprio ambiente, con un senso di identità e comprensione del tempo. L’IA opera esclusivamente attraverso gli algoritmi e ai dati a sua disposizione, senza avere una percezione autentica del mondo (proprio perchè non ha percezione).
Un altro aspetto è legato alla sicurezza e alla protezione. Se l’essere umano distingue tra il bene e il male con una certa etica, l’IA segue gli algoritmi senza una comprensione intrinseca dell’etica. Questo è il problema che è nato quando ad esempio un ragazzo negli Stati Uniti si è suicidato dopo aver parlato per diverso tempo con ChatGPT che, secondo le ricostruzioni, avrebbe anche suggerito (probabilmente a seguito di domande specifiche) la modalità per potersi suicidare. Questo solleva interrogativi etici, poiché l’IA può compiere azioni dannose senza una valutazione morale (per lo meno fino ad adesso).
Un altro aspetto di differenza con la comunicazione umana è che l'IA, compiace e tende a dare spesso ragione e questo, limita uno scambio che faccia crescere e sviluppare un pensiero o sviluppo nuovo. Due cervelli che si connettono, scambiano energia, consapevolezze, pensieri, vissuti e sensazioni e questo porta una certa forma di stanchezza e consumo di energia vitale ed emotiva. Il fatto che l'IA non emetta giudizi particolarmente critici e abbia questa tendenza alla compiacenza, nutre uno dei bisogni principali dell'essere umano, quello di sentirsi accolto, parte e compreso, senza sentirsi giudicato.
L'intelligenza artificiale, nata per creare aggancio e scambio, non emette giudizio e sta nei turni relazionali, senza interrompere o sovrastare l'altro, senza fraintendere o interpretare quello che l'altra persona dice, in quanto si basa sulle oggettive parole che vengono scritte o espresse.
Questa neutralità dell'algoritmo viene elaborata dal nostro cervello come una forma sviluppata di empatia che può stimolare una forte connessione soggettiva (Howcroft, 2025).
L'empatia umana è qualcosa di decisamente più complesso e, l'aspetto emozionale, non riguarda solo un aspetto di comunicazione oggettiva e verbale, ma racchiude al suo interno delle vere e proprie esperienze incarnate nel soggetto che ha imparato a sviluppare quel tipo di fisiologia e quel tipo di attivazione anche a seconda di quella che è la propria storia personale e relazionale. L'intelligenza artificiale imita questo tipo di linguaggio ma non può esperire la complessità della soggettività.
L'IA non sta davvero in relazione con noi ma replica un modello di linguaggio sulla base della sua programmazione e questo, dovrebbe far riflettere su quanto il cervello sia manipolabile e plasmabile.
NUOVA MODALITA' RELAZIONALE
La tecnologia può essere una risorsa, se ben usata.
Alcuni studi suggeriscono che, soprattutto in contesti di auto-rivelazione e supporto emotivo, alcune persone percepiscono i chatbot come interlocutori meno giudicanti e quindi più facili a cui confidarsi.
Da qui nasce una riflessione. Quanto noi adulti siamo disponibili a dare uno spazio di ascolto?
L'intelligenza artificiale ha dalla sua il fatto che, è perennemente disponibile, usa un linguaggio non giudicante e da risposte coerenti con quello che viene chiesto. In questo, noi umani, dovremo trovare spunto sul cosa possiamo fare per stimolare voglia di parlare e aprirsi.
Ad ogni modo, credo che il problema non siano tanto le domande che si fanno all'IA, perchè va bene essere curiosi e voler sapere delle cose a cui magari nemmeno noi sappiamo rispondere, il problema nasce dal fatto che il cervello, si sta convincendo che le uniche dinamiche relazionali di ascolto siano con una macchina.
Emerge una relazione che offre ascolto, chiarezza, validazione e assenza di frustrazione o rifiuto ma ciò che manca è lo sguardo, la reciprocità autentica del proprio sentire e delle relazioni umane.
Nel tempo, rischiamo di perdere la capacità di saper stare ed essere in relazione.
CONCLUSIONE
I cambiamenti ci sono, ci sono sempre stati e ce ne saranno ancora ma stiamo perdendo di vista la velocità con cui i cambiamenti stanno avvenendo e che non danno il tempo al cervello nemmeno di abituarcisi. Reputo che sia necessario, oggi più che mai, lavorare per sviluppare più possibile le relazioni umane: parlare, guardarsi negli occhi mentre si parla e si ascolta, discutere, cambiare idea, toccarsi, darsi il tempo e lo spazio di scambiare parola.
Le relazioni umane sono queste e nessun robot, potrà nutrirle profondamente allo stesso modo, seppur possa simularlo.
Siamo animali sociali e come tali, la relazione umana ha bisogno di esistere. Ricorda che il cervello si abitua a tutto e, abituarsi al distacco relazionale e all'uso del display, potrebbe ridurre il desiderio e il bisogno di contatto umano fisico, emotivo e relazionale.
Anche quello che non ci piace, permette di evolvere. Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia sempre ragione, abbiamo bisogno di relazioni sociali, sguardi e incontri, per sentirci profondamente vivi e... connessi.
Dott.ssa Anna Antinoro




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