SIAMO CIO’ CHE MANGIAMO E MANGIAMO CIO’ CHE SENTIAMO.


I problemi dell’alimentazione sono un fenomeno in costante aumento, sia da un punto di vista di obesità che di anoressia.

Viviamo in una società dualistica in cui da una parte c’è la tendenza alla perfezione e dall’altra la tendenza a “Non sentirsi” e a sopprimere il nostro vissuto.


Entrambi sono aspetti che possono ripercuotersi sul nostro benessere mentale e su quello fisico.

Corpo e mente infatti non sono entità distinte ma si muovono di pari passo.

Mangiare e bere sono bisogni fisiologici di cui non si può fare a meno e, in concomitanza con questo, assumono anche una valenza psicologica di appagamento.

Il modo in cui mangiamo è legato anche ad un fattore culturale e sociale in cui il mangiare diventa un momento vero e proprio di condivisione. La tavola infatti è “teatro” di dinamiche in cui il momento del pasto assume anche una connotazione psicologica.

Avete mai fatto caso alla velocità con cui mangiate? Anche questo può essere un fattore correlato a dinamiche più profonde di cui non ci si rende consapevoli. Mangiare veloce e in maniera distratta infatti, può essere un primo segnale di qualcosa di più profondo che non va sottovalutato.

Il concetto di “fame emotiva” oramai è diffuso ed è entrato a far parte dei manuali che si occupano di disturbi alimentari, in cui si vede il cibo come valvola di sfogo e/o copertura verso situazioni di disagio emotivo. Entrambi sono fattori che rischiano di portare ad un aumento ponderale di peso e di conseguenza, ad un calo nell'autostima.

Vi invito rispetto a questo a vedere un video di qualche tempo fa in cui parlo proprio del circolo vizioso legato alla fame emotiva.

A livello clinico il disturbo che parla di alimentazione incontrollata prende il nome di “Binge Eating Disorder” che porta le persone a sabotare e a fallire i buoni propositi legati all'alimentazione sana.

Spesso chi soffre di questi meccanismi è ben informato sull'alimentazione e su cosa e come si dovrebbe mangiare.

Tuttavia, nonostante la consapevolezza, interrompere questi meccanismi non è facile, anzi.

Il cibo a volte si trasforma in un vero e proprio bisogno per cui, smettere o diminuire gli episodi, porta ad un malessere anche fisico oltre che emotivo.

Nei significati molteplici che può avere un’abbuffata, è possibile ritrovare anche il concetto di “ribellione”, quindi di oppositività in cui prevale il bisogno di autoaffermazione. Possono essere diversi i meccanismi per cui questo accade:

  • Una rigidità eccessiva verso la dieta vista come imposizione e non come cura di sé;

  • Un’eccessiva richiesta/preoccupazione dei familiari vicino che, nonostante il voler supportare, in alcune situazioni caricano di aspettative rischiando di essere “troppo” e questo può portare al sentirsi stanchi e demotivati;

  • Il pensiero rivolto verso sé per cui “non è mai abbastanza” e “non ce la farò mai”. Entrambi sono due nemici veri e propri dell’autoefficacia.

A volte l’abbuffata può essere anche un modo di distinguersi rispetto ad un contesto che si sente soffocante per cui si sente il bisogno di riempimento e di appagamento altro.

Mangiare male e non perdere peso inoltre, possono essere un modo di attirare l’attenzione dell’altro. Il pensiero annesso a questo è “se smetto di abbuffarmi, sarò ancora motivo di interesse o di attenzione dell’altro?”


NOTA BENE: lo sguardo e l’attenzione a cui mi riferisco non hanno solo una connotazione positiva anzi, spesso diventano un’occasione di rimprovero o di giudizio che gli altri hanno verso chi attua condotte di questo tipo e che, seppur spiacevoli, rimangono un modo per essere visti.


Come si svolge il lavoro in questi casi? Si ci sofferma sul ridare potere all'individuo rispetto al concetto di cura di sé sostituendolo dall'ottica dello sforzo e approfondendo ove possibile, le emozioni che si scelgono inconsapevolmente di soffocare attraverso l’uso del cibo.


“Chi crede in sé stesso non ha bisogno di convincere gli altri” (Lao Tze Tung)

Dott.ssa Antinoro Anna

Psicologa e Psicoterapeuta


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