Cibo e memoria: come le esperienze a tavola influenzano il rapporto con il cibo.
- Dott.ssa Antinoro Anna

- 14 ore fa
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Mangiare non è mai solo un atto biologico. È anche un’esperienza emotiva, relazionale e profondamente legata alla memoria.
Il rapporto con il cibo si costruisce molto presto, spesso attorno al tavolo di casa: nel primo contatto con il seno della mamma, nelle parole dei tuoi genitori, nelle regole implicite, nei momenti di condivisione ma anche nelle tensioni, nei rimproveri o nei silenzi.
C’è chi ricorda pasti sereni e chi, invece, associa il momento del mangiare a pressioni, controlli o conflitti con messaggi del tipo: “Finisci tutto quello che hai nel piatto”, “Stai mangiando troppo”, “Non puoi lasciare il cibo”.
Queste esperienze non restano semplicemente nel passato. Il nostro cervello le registra e, in modo spesso inconsapevole, continua a utilizzarle come riferimento anche molti anni dopo.
Oggi la ricerca scientifica sta iniziando a spiegare con maggiore precisione perché accade questo e quali meccanismi neurali collegano memoria e comportamento alimentare.

IL RUOLO DELLA MEMORIA E DELL'IPPOCAMPO NEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications ha individuato un meccanismo neuronale che collega il ricordo dei pasti alle nostre future scelte alimentari.
Ricordare quando e dove abbiamo mangiato può influenzare il senso di fame, la percezione di sazietà e perfino la scelta di cosa mettere nel piatto.
In altre parole, significa che gli stimoli legati alla memoria possono influenzare anche i processi metabolici.
Il cervello, quindi, non si limita a reagire ai segnali biologici della fame ma utilizza le informazioni che ha registrato nelle esperienze passate.
Una delle aree cerebrali coinvolte in questo processo è l’ippocampo, una struttura fondamentale per la memoria e l’apprendimento.
L’ippocampo svolge anche un ruolo nell’integrazione tra segnali cognitivi e metabolici, contribuendo alla formazione degli engrammi, cioè delle tracce neurali che rappresentano il ricordo di un’esperienza.
I ricercatori hanno osservato che una piccola percentuale di neuroni dell’ippocampo ventrale viene attivata proprio nella pausa tra un boccone e l’altro. In quei brevi momenti il cervello ha la possibilità di osservare e registrare l’ambiente in cui si sta mangiando.
Si viene quindi a creare un “engramma del pasto”, cioè una memoria che collega il momento del mangiare al contesto in cui avviene. Questo ricordo diventa poi una guida implicita per il comportamento alimentare futuro.
Negli esperimenti condotti sui ratti, quando questi neuroni venivano rimossi o temporaneamente disattivati, gli animali non ricordavano di aver già mangiato né dove lo avevano fatto.
Questo suggerisce che tali neuroni svolgono un ruolo importante nel costruire il ricordo del pasto e nel regolare ritmo e quantità con cui mangiamo.
Un fenomeno simile si osserva anche negli esseri umani: nelle persone con decadimento cognitivo, ad esempio, è più frequente mangiare più volte o in quantità maggiori proprio perché il cervello fatica a registrare correttamente l’esperienza del pasto.
Lo stesso può accadere quando si mangia davanti a uno schermo come televisione, smartphone o computer perché l’attenzione è altrove e il cervello costruisce un ricordo del pasto più debole e incompleto, motivo per cui si invita a non mangiare di fronte a dispositivi elettronici.
INTESTINO E SALUTE MENTALE
Esiste una celebre frase del filosofo Ludwig Feuerbach che afferma “Siamo ciò che mangiamo.”
Oggi questa intuizione trova sempre più conferme scientifiche. L’alimentazione non influisce infatti soltanto sulla salute fisica, ma anche sul nostro equilibrio psicologico. Mangiare in modo sano, riducendo il consumo di alimenti ultra-processati, può avere effetti importanti anche sul benessere emotivo.
Una meta-analisi pubblicata sulla rivista Nutrients ha evidenziato che le diete ricche di cibi ultra-processati sono associate a:
un aumento del 44% del rischio di depressione
un aumento del 48% del rischio di disturbi d’ansia
Questo dato è coerente con ciò che sappiamo sul rapporto tra cervello e intestino.
L’intestino viene non a caso definito “il secondo cervello” per la presenza del sistema nervoso enterico, una rete di neuroni capace di comunicare costantemente con il sistema nervoso centrale.
Questo dialogo continuo, noto come asse intestino–cervello, svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio emotivo e fisico e dipende in larga parte anche dalla salute del microbiota intestinale.
Bisogna sapere che circa il 90% della serotonina del corpo viene prodotta nell’intestino, un dato spesso citato anche dallo psichiatra Daniel Amen.
IL RAPPORTO TRA CIBO E APPRENDIMENTO
Possiamo quindi dire che le nostre abitudini quotidiane sono il risultato degli apprendimenti che abbiamo costruito nel corso della vita, già nei primi anni dell’infanzia e anche il rapporto con il cibo nasce in questo modo.
Le parole ascoltate a tavola, le regole implicite, le aspettative dei genitori e il clima emotivo dei pasti possono lasciare tracce profonde nel modo in cui percepiamo la fame, la sazietà e il mangiare in generale.
Se da bambini abbiamo ricevuto messaggi come:
“Devi finire tutto quello che hai nel piatto”
“Stai mangiando troppo”
“Stai mangiando troppo poco”
“Non puoi lasciare il cibo”
è possibile che il nostro cervello abbia registrato questi messaggi come regole implicite nel rapporto con il cibo.
Anche quando non ne siamo pienamente consapevoli, queste tracce possono continuare a influenzare i nostri comportamenti.
Il cervello, infatti, tende a utilizzare scorciatoie cognitive per risparmiare energia e nei momenti di maggiore stanchezza o stress è più facile che torni ad attivare gli automatismi appresi nel passato.
RIDECIDERE IL RAPPORTO CON IL CIBO
Siamo figli del nostro apprendimento ma c'è una buona notizia. Il cervello ha una straordinaria capacità di adattamento chiamata plasticità neurale.
Questo significa che, attraverso nuove esperienze e nuove modalità di pensiero, possiamo costruire nel tempo nuovi apprendimenti anche nel rapporto con il cibo.
Non si tratta di cambiare tutto improvvisamente ma di iniziare con piccoli passaggi:
imparare a parlarti in modo diverso mentre mangi
concediti tempo e abbi pazienza con te
osserva le tue sensazioni senza giudizio
Nel tempo queste nuove esperienze possono aiutare il cervello a costruire nuovi ricordi e nuove associazioni, rendendo il rapporto con il cibo meno legato all’allerta e più alla consapevolezza.
Il modo in cui mangiamo oggi non dipende solo da ciò che abbiamo nel piatto, ma anche da tutto ciò che il nostro cervello ha imparato a ricordare nel tempo. Crea nuovi ricordi.
Dott.ssa Anna Antinoro




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